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domenica 14 settembre 2008

dedicato ad Etty










Le “Lettere” di Etty Hillesum
“Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello”.
di Maria Agostinelli

Questa storia va dal 14 agosto 1942 al 7 novembre 1943. È una storia raccontata da una ragazza ebrea non ancora trentenne dal volto appena paffuto, i capelli neri tagliati corti, la bocca calma, gli occhi scuri. Si svolge un poco ad Amsterdam, ma soprattutto in uno spazio di circa 500 mq ritagliato in una delle regioni meno ospitali d’Olanda: il campo di smistamento di Westerbork, dove migliaia di ebrei furono spediti da tutti i Paesi Bassi ad aspettare il loro turno verso Auschwitz. Questa, inoltre, è una storia epistolare perché è formata da tutte le lettere che quella ragazza, Etty Hillesum, scrisse ai suoi amici nei 15 mesi prima della morte. Il fango, il freddo, la malattia e la disperazione, e poi la mancanza cronica di cibo e medicine: questa era la quotidianità a Westerbork, e questo è il sottofondo continuo di quelle lettere. Ma c’è anche dell’altro.
Etty Hillesum lavorava a Westerbork come membro del consiglio ebraico di Amsterdam e si occupava dei bisogni materiali dei suoi abitanti: faceva avanti e indietro tra il campo e la capitale, spediva lettere dal campo e dalla capitale, fino a quando non decise di restare in pianta stabile nel campo. Westerbork lo vediamo attraverso le sue parole: un insieme di baracche di legno di grandezza variabile che potevano ospitare da un nucleo familiare fino a decine di persone. L’aria irrespirabile nonostante gli spifferi gelidi, il sovraffollamento, il tanfo, le liti per un libro, i parti nelle cucine, la polvere invincibile: l’immagine materica e notoria dei lager che conosciamo dai libri, dai film, dai testimoni e persino dai fumetti. Ma, come dire, questa immagine è solo il pretesto delle lettere della Hillesum, perché lei riuscì ad allargare i 500 mq di Westerbork a dismisura. Partì – la facciamo partire da qui solo per comodità di narrazione – dalla natura esterna a Westerbork: dalle coltivazioni di colza e dai loro fiori estivi, dalla polvere multicolore della terra asciutta, dalle sfumature inspiegabili del cielo; Etty riusciva a guardare fuori. Continuò col descrivere ai suoi corrispondenti la vita scandita e desolata del campo, la necessità e insieme la futilità delle convenzioni sociali che alcuni abitanti si incaponivano a perpetuare (stare in una baracca con delle persone che “fuori” erano socialmente considerate era meglio che stare in baracca con dei poveracci) o anche il tepore dei sodalizi inaspettati. E poi cominciò a chiedere ai suoi amici di Amsterdam tante piccole cose materiali: una pila per poter camminare di notte, degli occhiali per proteggersi dalla polvere, del cibo. Etty si vergognava un poco di queste richieste, ma da loro dipendeva la vita dei suoi cari e dei suoi amici di lì: sono richieste gentili che rendono un panetto di burro, qualche fetta biscottata, un barattolo di marmellata degli oggetti splendidi e ricchi, dei rari concentrati di vita. E dopo ancora - dopo le baracche, la natura, la convivenza umana, la vita materiale – Etty scriveva di amore. Scriveva che il mondo era pieno di bellezza. Sapeva benissimo che da Westerbork si andava verso la morte, e dunque il suo appello scintillante alla vita e all’umanità degli uomini non assunse mai le caratteristiche buoniste della stolidità. Etty Hillesum, come già si è detto negli altri contributi che compongono questo speciale su di lei, era religiosissima, di una religiosità capace di travalicare le confessioni. Eppure ciò che veramente scuote nelle sue lettere è il senso d’immanenza che le pervade: l’attenzione, la cura, la ricchezza con cui lei fu capace di riempire ogni momento di vita nel campo, il qui e ora. E non è un caso, forse, che raramente nelle sue missive vengano descritti dei decessi o nominati dei morti: la sua preoccupazione non fu mai il trapasso, men che mai il proprio, non fu mai il pensiero di un presunto al di là. Etty Hillesum era piuttosto preoccupata dal rapporto tra la sua interiorità e l’esterno, da ciò che fattivamente poteva fare per vivere e far vivere all’interno del recinto spinato di Westerbork. La parola “nazista” non viene nominata quasi mai, perché Etty non voleva che la propria esistenza fosse contornata da un qualche rapporto col nemico: io sono Etty in quanto Etty, non in quanto vittima dei nazisti. Niente è angelico o astratto nelle lettere dell’autrice, al punto che, quando la morsa del genocidio si farà più stretta e la possibilità di avere della corrispondenza diverrà più rara, dalla sua penna trapelerà una sorta di paura, il timore di avere ancora molto da dire senza poterlo fare: sono lettere più concitate, più urgenti, più ravvicinate, segretamente più disperate. È il rush finale. Da lì a poco Etty e la sua famiglia verranno caricati sull’ennesimo vagone diretto ad Auschwitz per non farne ritorno. Dopo avere letto le sue lettere ad una ad una e averne seguito lo sviluppo narrativo - che è insieme conoscenza di Westerbork e graduale conoscenza interiore della Hillesum - la cartolina finale da lei lanciata dal treno merci che la portava in Polonia colpisce come un maglio: termina con un “Arrivederci” che commuove fino alle lacrime. E, dopo aver chiuso questo volume, si rimane con la pacifica e perdurante sensazione dell’importanza irripetibile di ogni cosa, come se ogni cosa fosse un unico, vitale panetto di burro.


Hillesum, Etty
Lettere. 1942 - 1943
Adelphi 2005 - pagg.149, euro 7,00. Traduzione di Chiara Passanti

giovedì 11 settembre 2008

Ninfale

Sprofonderei

sin d’ora

nell’umida quiete

di quei boschi

specie nel sottobosco

ninfale che

bagnando nutre.


Dorme l’inverno

a fondo

tra nebbia fitta

vola alato

che si spande

nell’umida quiete

di quei boschi

specie nel sottobosco

ninfale che

bagnando nutre


Al solstizio invernale

solitaria creatura

se ne va

quale larva leggera

che aleggiando prova

Naturale Mente

che si rinnova

Ancestrale Corpo

che si sfiora


Vuole il latte

il miele e i fiori

così lasciati

in luoghi ameni

per laghi valli

fiumi e monti

pullulanti di

sogni e di respiri

troppo ampi e profondi!


Di tale ampiezza

canta corale

nel riverbero di

materia sottile

che si spande

tra i sentieri intrecciati

di quei boschi

specie nel sottobosco

ninfale che

bagnando nutre



Sgorgano essenze

pure d’artificio

e linfe di corolle

che si tengono in braccio

come un infante

concentrato siderale

d’ogni campo

morbide corrispondenze

nude di forme

e di colori

eppur vivaci e dense!


Di rado trema

il pendio

trema il gelsomino

invernale che così

incosciente muta

le foglie verdi in fiori

incurante di

tutto il freddo

di tutto il forte

ansimare dell’inverno


Lieve demenza

cui non m’abituo

perché tra i miseri

anfratti umani

regna l’Artificio

aura polare artica

con carente energia

carente ossigeno.


Culto ninfale

scendi qui

nelle grotte

estatiche e sommerse

tra gli schemi

mentali ed eloquenti

dei popolini

della gente


Non voglio l’immortale

dono dalla fonte

ma solo carezza

che distende

come volo

di farfalla

che lievemente scende.


sabato 6 settembre 2008

In cerca del sorriso

Si terra a Lecce il 18, 19, 20 settembre, "Pe(n)sa differente".

Prima manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul peso naturale

Pe(n)sa differente fa parte del progetto nazionale:

Le buone pratiche di cura e la prevenzione sociale dei Disturbi del Comportamento Alimentare,

coordinato dal Ministero per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive e dal Ministero della Salute

e da Salomè onlus.




di Mauro Marino

“Un giorno senza sorriso è un giorno perso”

Charlie Chaplin


Cercare il sorriso. Scovarlo, sollecitarlo, nascosto dentro le pieghe del tempo. La malattia toglie il respiro. Non c’è orizzonte e ogni gratificazione si svuota, logora la sua efficacia, via via scompare. Sbigottisce. Lascia terreno al nulla dell’ossessione.

Li conosciamo i meccanismi pervasivi del non esserci. Togliersi la vita è negarsi il futuro: il sorriso.

Sul dizionario leggiamo: “Un sorriso può essere più o meno sincero e spontaneo, e non sempre sottintende un atteggiamento di apertura verso l'altro quanto piuttosto l'espressione di un personale stato d'animo”.

Quello stato d'animo ci riguarda, quando l'assedio chiude ogni spiraglio.

Quando il sorriso non allarga più gli occhi!

C'è un sé che sorride, che si apre, che si dispone ad accoglier e a dare.

Quel se, dobbiamo cercare, ri/trovare, svezzare nell'oblio del mal d'animo. La cultura, il laboratorio, la comunicazione possono essere utili alleati di una strategia di cura.

Mettere le mani, gli occhi, il pensiero, la parola al fare. Questo il percorso, per ritessere la fiducia!

Trovarsi in un opera non è “specchiarsi” nel vuoto di un corpo che non si risponde, è la possibilità di contemplare il tempo.

Ho chiesto a cosa pensi mentre fai questo “ricamo”? “A niente!”, mi ha risposto.

Una vittoria allora! Distrarsi, tentare di trovare acquietamento, pace! Dimenticarsi, de/pensare. Staccarsi da sé e trovarsi nell’opera.

Di fronte “musi” lunghi, le mani tengono la pancia. E' duro riabituarsi al cibo, stare alla regola della proposta di cura. Sentirsi gonfia, dover trattenere il cibo... “e questi intorno cosa vogliono? Che c'entro io qui? Non sono malata! La mia non è una malattia!”.

Come fare?

Leggere, scrivere, guardare. Parlare. Sciogliere il nodo.

E allora, al lavoro! Trovare nuovi scopi. Tentare un dialogo col proprio sentire: ogni “no”, si faccia oggetto d’arte. Ogni “no” comunichi, cresca relazioni, riconsegni fiducia, sorrisi.

Lavorare con gli occhi, lavorare con le mani, dare forma al silenzioso scorrere dei righi, impiastricciarsi le dita di colla, di colore, riempirsi di suoni. Ogni cosa può farsi poesia, gioco di suoni che “agiscono” immagini. Ricostruiscono l’immaginario. Tolgono l’assedio. Curano l’errore, un divenire che impara a calibrare il tempo dell’arte, si oggettiva in piccole opere dove poveri materiali si nobilitano concorrendo a narrare visioni, stupori, sbigottimenti, paure.

Ogni parola, ogni verso, ogni atto creativo è scrigno di senso. Senso che moltiplica valori e messaggi in interpretazioni che trovano il dire, lo svelamento del proprio sentire.

Serve l’atto poetico alla cura? Qualcuno mi ha confidato con grafia via via sempre più decisa che: “Scrivere è una tecnica per tenermi a bada.

Ascoltare il mio corpo sulla soglia: forse ne ho bisogno per me stessa”.

Si, serve! La scrittura, la poesia, una riaffezione alla “cultura”, al suo pieno significativo.

Lo sappiamo in essa, nelle socializzazioni mediatiche troviamo fattori di rischio (inquietanti ormai, con la loro invadenza) ma anche possibili leve di prevenzione e di cura.

Su questo è necessario concentrare azioni, una coralità capace di accogliere il tempo della cura ciò che in esso si genera come motore di un nuovo guardarsi.

La cultura è fiducia, costruzione, il fare creativo è metodo e orizzonte.

domenica 24 febbraio 2008

Del veloce e silenzioso rituale...

Le mani ancora tremano e portano i segni del veloce e silenzioso rituale che,come ogni sabato, è stato portato a compimento! forse le mie sono parole vuote,parole senza senso,parole crude e dolorose che fanno fatica a comporsi su una pagina di un blog...qualche lacrima salata bagna la tastiera del pc, lasciando una macchiolina perfettamente tonda..perfettamente sporca..proprio come mi sento in questo momento..mi ero ripromessa di cambiare,di dare una svolta decisiva a questa pseudo vita che cerco di condurre,con la speranza di non lasciarmi travolgere da tutti questi sentimenti..comincio a vacillare o forse sono già caduta e non mi sono accorta di averlo fatto..sò solo che sono qui..con una tremenda voglia di sgattaiolare nuovamente in cucina e consumare,nella maniera più veloce possibile,qualcosa che non dia nell'occhio..così da non far preoccupare i restanti abitanti della casa..ho freddo..un freddo pungente,un freddo che mi martella la testa e che mi assopisce allo stesso tempo...eppure i caloriferi sono ancora accesi..il freddo che sento è un freddo che ho nel cuore..sta congelando tutto ciò che può permettermi di provare emozioni..così potrò dire di essere una persona distaccata e incurante di quello che succede intorno a me..la stanza è buia..c'è solo la luce del pc a rischiarare questa cameretta innocente,questa cameretta che non si lascia sfuggire nulla,che osserva senza giudicare e che trattiene i miei segreti..le mie paure..non riesco a star dietro ai pensieri..in questo momento mi sembra troppo complicato..troppe informazioni,troppi ricordi si accavallano senza lasciare uno spazio disponibile... provo a mettere nero su bianco,provo a cristallizzare il tempo,a bloccarlo,per cercare di catturare questi ricordi,questi dannati ricordi...quei ricordi che mi tologono il respiro e che lasciano intravedere quella bambina sola e triste con il suo peluche preferito tra le mani..un gattino della trudi per l'esattezza..quel gattino che TU mi hai regalato e che adesso è diventato vecchio..è stanco e impolverato..proprio come me..proprio come il mio cuore.. che in fondo non chiede nulla..solo un pò di affetto!

venerdì 7 dicembre 2007

da Anonimo

"Quando sono nata tutto il mio amore si era già prosciugato..."
giusto il tempo
"...di sentire gli applausi al calar del sole..."
che subito notte mi avvolse.

domenica 2 dicembre 2007

Metto da parte i pensieri

di Francesca A.

Sono seduta e cerco di formulare pensieri,
parlo sola
chiusa di nuovo in me stessa.
Sara’ soltanto un nuovo errore,
un ricominciare daccapo
una sfida vinta una volta,
ma ho ancora sete d'avventura e sogno di volare.

Metto da parte i pensieri
per quando potrò andare via,
per quando troverò qualcuno a darmi una mano
più in là e qui, nessuno ad aspettarmi.

E sogno, sogno Roma, la grande e immensa Roma.
sogno i suoi vicoli, la sua storia frastagliata,
la sua gente, la melodia delle sue macchine

e la fuga delle sue rondini.

I suoi parchi, le sue nuvole.
Sogno me stessa nel cuore di Roma e poi…
una nuova meta in una nuova vita
per dimenticare viaggiando con i ricordi di quell’ altro sogno,
quello che non si e' mai avverato.
sento parole nella gola
che vogliono uscire ma
che non hanno forma.

Un urlo,
voglio lanciare un urlo
per liberarmi l’anima da tutti questi desideri
che si fanno strada in ammassi di parole confuse e agitate
che non so scrivere…no, ancora non le so scrivere…non ancora.
ma prenderanno forma,
prenderanno forma in una cartolina,
inviata a marameo ad uno spiacevole ricordo.
Roma dove il sorriso arriva con il sorgere del sole.
Dove il sorriso diventa presto allegria.
Dove l’allegria pervade la notte.

domenica 25 novembre 2007

mi è sembrato di sentire dentro una voce

Elisabetta Liguori

TRILOGIA DEL TEMPO INGIUSTO

I

Sono nata quando tutto l’amore

s’era già prosciugato.

Ho preso treni già partiti

allo sfrecciare dei finestrini e al passo offeso del controllore di turno

che rientrava togliendo il berretto dalla sua calvizie.

Ho amato uomini già morti

palpato i loro romanzi pubblicati millenni prima.

e partorito figli molto più vecchi di me.

Ho gridato - e guerra sia! – quando i coscritti con lo zaino in spalla

già tornavano a casa nei loro anfibi.

Ho cenato freddo a cucine serrate e forni spenti

Ho acceso la tivù in appartamenti abusivi già abbattuti.

Per questo, quando hai composto il mio numero e io ho risposto

Pronto.

Sono io.

Io, chi?

Quello.

mi è sembrato di sentire dentro una voce

gli applausi della sera giusto al calar del sole,

ed ho riso.

II

Adesso mi pare più evidente

d’essere arrivata al nostro primo appuntamento

con un vestito troppo elegante.

Tu avevi sul cappotto avanzi di piume

come avessi tenuto a lungo a bada

un piccione ubriaco.

D’essere inopportuna coi miei tacchi a spillo

l’ho capito appena t’ho visto

nascosto a tratti dalle gente,

ma l’estate m’ha spinto a mentire.

- Non c’è assolutamente nulla che io abbia voglia

di fare –

dicevi.

Ed io ho infilato

le scarpe strette nella tua pozzanghera

a inzaccherarti.

Non avrei dovuto togliere le calze a maggio.

Questo è il punto.

III

Questa notte

sono stata al nostro funerale.

Stavamo in due bare lunghe e nere

messe vicine e verticali.

I fiori sul coperchio erano dello stesso colore della tua giacca da camera.

Un colore liso e molto più morbido di quello che dovrebbe avere una buona giacca.

Ma di quale colore fosse davvero la stoffa di qui petali lo sanno solo

i nostri vecchi giorni.

Stavamo nelle bare e pure tra gli scanni,

nella chiesa con le altre sagome

profumate d’olio.

Stavamo miti come cani da salotto,

vicini sempre,

mentre tu mi dicevi:

cara

ma

che bella cerimonia,

così emotivamente trionfante e vaga!

Tanto è lo spazio che riempivano insieme

e l’abitudine ad amarsi,

che quei due

di certo

non lo hanno capito neppure d’essere così morti.

gli applausi della sera giusto al calar del sole,

ed ho riso.

giovedì 22 novembre 2007

Fare silenzio

Fare silenzio quando il cuore è spento
Fare silenzio quando si parla solo per ferire
Fare silenzio piuttosto che pronunciare menzogne
Fare silenzio per ascoltare meglio se stessi e chi ti sta di fronte
Fare silenzio per sopportare meglio il dolore che ti sta sgretolando
Fare silenzio per non disperdersi nel caos dell'assurdità delle relazioni umane
Fare silenzio per annullare la propria presenza

[da anonimo nei commenti]